I 12 marziani, di Francesco Toscano. Capitolo sei.

13 agosto 2022


Sei


La prima settimana sul Pianeta rosso la ricordo come il più grande incubo della mia vita. Non era stato facile ammartare, tenuto conto che eravamo andati fuori rotta e il nostro sistema di navigazione ci aveva fatto toccare il suolo marziano a migliaia di chilometri dalla nostra destinazione finale: "New Millenium". Io e i miei compagni di avventura, sopravvissuti all'impresa, fummo costretti a cercare un riparo naturale dove poter continuare a sopravvivere, dove poter stoccare le nostre risorse alimentari, dove poter allestire il nostro primo "campo base". Il dolore di aver perduto alcuni degli uomini che con noi si erano imbarcati sulla "latta di metallo" alla volta di Marte era stato opprimente. Il nostro stato psicofisico e psicologico era ormai ridotto ai minimi termini. Decidemmo di dare ai defunti una degna sepoltura. Trovammo in prossimità di una rupe ubicata a breve distanza del luogo in cui si posò la nostra navetta spaziale la corretta conformazione del terreno ove poter allocare, in quella che ricordo essere stata una fossa comune, i corpi dei nostri giovani amici. Pregammo per le loro anime, affinché avessero potuto trovare pace, quella stessa pace che era venuta a mancare a tutti noi negli ultimi otto mesi. Noi sopravvissuti ci facemmo coraggio e, dopo aver seppellito i cadaveri dei nostri sventurati compagni di avventura, cercammo all'interno della navetta spaziale l'occorrente che ci avrebbe permesso di continuare a respirare naturalmente, di produrre acqua allo stato liquido, di produrre la quantità di energia elettrica sufficiente affinché le nostre apparecchiature potessero continuare a funzionare il più a lungo possibile. Del nostro viaggio di andata Terra - Marte ho rimosso gran parte dei miei ricordi, volutamente, giacché la mia coscienza ad un certo punto ha messo un veto alla memoria a breve e a lungo termine del mio cervello, dimodoché io potessi cancellare, di netto, i ricordi più traumatici. E di ricordi traumatici ve ne erano tantissimi: per primo la morte dei miei compagni di viaggio; poi, l'inadeguatezza della navetta spaziale a sostenere un viaggio spaziale alla volta di Marte; infine, ma non meno importante degli altri due punti menzionati, lo stato mentale degli occupanti del veicolo che contraddistinse quel nostro viaggio tra le stelle. Eravamo letteralmente impazziti e caduti in uno stato di incoscienza che, di fatto, non ci aveva neanche più permesso di interloquire tra di noi. La puzza dei nostri stessi escrementi, della nostra urina che non veniva più riciclata come avremmo sperato che fosse, ci aveva infine fatto scendere in classifica, in una ipotetica gara dei viaggi spaziali sino ad allora sostenuti dall'umanità, all'ultimo posto: eravamo all'interno di un vero e proprio carro bestiame e non in seno a una nave spaziale in grado di percorrere agevolmente la distanza Terra - Marte. La gravità riprodotta artificialmente dagli scienziati terrestri non era quella che avevamo imparato a conoscere, sin dalla nascita, sul nostro pianeta d'origine, limitando notevolmente le nostre già precarie capacità motorie e le nostre forze fisiche, malgrado avessimo a bordo gli strumenti e le apparecchiature necessarie per non perdere la nostra massa muscolare e per irrobustire le nostre ossa. Alla fine ci riducemmo a delle vere e proprie larve umane. 

 - Joseph, ci dobbiamo sbrigare poiché è in arrivo una tempesta di sabbia -, ricordo che mi disse il più piccolo dei sopravvissuti all'impresa, Clif, che aveva da poco compiuto 23 anni quando egli ancora si trovava a vivere sulla Terra nella città di Okinawa, in Giappone. 

 - Clif, sto ancora male, non mi reggo sulle gambe! - Esclamai.

 -Joseph, fatti coraggio. Su, dai, ne va della nostra sopravvivenza! - Mi esternò Red, uno degli altri sopravvissuti, di origine Sudafricana, che era il più anziano della spedizione umana, il quale aveva compiuto 32 anni. 

- Marine Johannès, aiuta Joseph ad alzarsi dal pavimento e a camminare!- Esclamò Red, rivolgendosi all'unica donna sopravvissuta alla spedizione. 

 - Cazzo! Ma non vedi che non riesco neanche io a muovermi?- Replico la giovane donna, di appena anni 24, che aveva lo stesso cognome e nome di una cestista francese che negli anni dieci del Duemila aveva partecipato con la sua nazionale ai giochi olimpici disputatisi a Rio de Janeiro. 

Onde evitare ulteriori alterchi, mi alzai dal pavimento della navetta spaziale su cui avevo trascorso gli ultimi giorni dal nostro arrivo su Marte, aggrappandomi ad un appiglio presente sulla consolle di comando e controllo. Le spie sul quadro comando erano tutte accese e i segnali di allarme continuavano a suonare imperterriti, martellandoci le tempie. Io, all'epoca, avevo da poco compiuto 27 anni. Ero l'unico ingegnere a bordo ed ero anche l'unico, tra i sopravvissuti, in grado di far funzionare le macchine che ci avrebbero consentito di sopravvivere. Clif aveva fatto degli studi da geologo, mentre Red era stato un medico chirurgo, e la nostra amica Johannès era un ingegnere civile, o giù di lì. Gli eventi nefasti che ci avevano colpiti quando ancora ci trovavamo sulla Terra avevano pesantemente cambiato il nostro modo di vivere, non consentendoci di terminare gli studi. La frenesia, poi, di allestire la spedizione marziana prima che fosse troppo tardi, determinò i giorni trascorsi nello spazio prima di toccare il suolo polveroso di Marte. 

Usciti dalla navetta spaziale, che si era adagiata sul suolo marziano reggendosi sulle quattro zampe d'acciaio che sporgevano da entrambi i lati, ci incuriosì la presenza, a breve distanza da noi, di taluni cristalli di ghiaccio che, mescolatisi con la sabbia marziana, scendevano lungo un pendio. Era il segno della presenza dell'acqua, allo stato solido, che cercavamo e che speravamo di trovare al nostro arrivo sul pianeta alieno, che sarebbe stata alla base della nostra sopravvivenza futura su quella landa desolata e inospitale, ove le temperature oscillano tra i  -40° Celsius e -155° Celsius. Il Pianeta rosso è un mondo inospitale. La considerevole lontananza dal Sole influenza sensibilmente le condizioni climatiche di questo corpo cosmico. L'intero territorio del pianeta è caratterizzato da notevoli fluttuazioni di temperatura. 

Quel giorno in cui per la prima volta ci accingevamo a mettere piede su Marte la temperatura al suolo era di -14° Celsius, essendo ancora estate. Il cielo era plumbeo. Il silenzio millenario che regnava sovrano sul suolo marziano, ci intimorì a  tal punto che qualcuno di noi disse che forse era il caso di rientrare all'interno dell'abitacolo della nostra navetta. Ma il panorama, mozzafiato, ci fece ben presto dimenticare le nostre paure consentendoci di proseguire oltre alla ricerca di un riparo.

Continua...

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