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IL TESS della NASA crea una vista cosmica del cielo settentrionale.

6 ottobre 2020

6 ottobre 2020.

Stelle familiari brillano nel firmamento, unitamente al bagliore di talune nebulose e di galassie vicine in un nuovo panorama del cielo settentrionale assemblato da 208 immagini catturate dalla NASA Transiting Exoplanet Survey Satellite (TESS). Il cacciatore di pianeti ha utilizzato circa il 75% del cielo in un'indagine durata due anni e sta ancora andando forte. TESS ha scoperto 74 esopianeti,o mondi al di là del nostro sistema solare. Gli astronomi stanno setacciando circa 1.200 candidati esopianeti aggiuntivi, dove potenziali nuovi mondi attendono conferma. Più di 600 di questi candidati si trovano nel cielo settentrionale. 
TESS individua i pianeti monitorando contemporaneamente molte stelle su grandi regioni del cielo e osservando piccoli cambiamenti nella loro luminosità. Quando un pianeta passa davanti alla sua stella ospite dalla nostra prospettiva, blocca parte della luce della stella, facendole temporaneamente scudo. Questo evento è chiamato transito e si ripete con ogni orbita del pianeta intorno alla stella. Questa tecnica si è dimostrata finora la strategia di ricerca dei pianeta di maggior successo, rappresentando circa i tre quarti dei quasi 4.300 esopianeti ora conosciuti. I dati raccolti consentono anche lo studio di altri fenomeni come le variazioni stellari e le esplosioni di supernova in un dettaglio senza precedenti. Il mosaico settentrionale copre meno del cielo rispetto alla sua controparte meridionale, che è stata l'immagine durante il primo anno di operazioni della missione. Per circa la metà dei settori settentrionali, il team ha deciso di angolare le telecamere più a nord per ridurre al minimo l'impatto della luce diffusa dalla Terra e dalla Luna. Ciò si traduce in un importante divario nella copertura.


Due formule per scovare la vita aliena.

22 novembre 2011
L'Esobiologia (la scienza che analizza la possibilità di vita extra-terrestre) ha individuato delle condizioni irrinunciabili perché possa esistere la vita. Esse sono suddivise in primarie e secondarie: le prime determinano le altre. (Fonte:http://www.sogliaoscura.org/ufo-esobiologia.html)


22 Nov. 2011.


Se la Terra ospita la sola forma di vita che conosciamo, non è detto che questa sia l’unica a esistere. E continuare a cercarla, tra gli esopianeti che verranno via via scoperti, puntando gli occhi solo su quelli più simili al nostro pianeta e alle sue condizioni potrebbe mettere a rischio la possibilità di scovare forme di vita aliene. Ne sono convinti i ricercatori rappresentanti della Nasa, del Seti (Search for Extraterrestrial Intelligence) e dell’ Agenzia spaziale tedesca che, in uno studio su Astrobiology,propongono per la prima volta di adottare due diversi indici di abitabilità con cui catalogare gliesopianeti: uno basato sulle similitudini dei nuovi pianeti con la Terra e l’altro invece che tenga conto della possibilità di nuove forme di vita in condizioni diverse da quelle cui siamo abituati. Avere a disposizione degli indici permetterebbe così di concentrare l’attenzione solo sui candidati che abbiano raggiunto un buon punteggio. Secondo Dirk Schulze-Makuch della Washington State University School of Earth and Environmental Sciences andare a caccia di forme di vita extraterrestri significa principalmente rispondere a due domande: “La prima questione è se le condizioni simili alla Terra possono essere trovate in altri mondi, dal momento che noi sappiamo che queste possono ospitare la vita, e la seconda è se esistono condizioni su esopianeti che suggeriscono la possibilità di altre forme di vita, a noi conosciute o meno”. Come spiegano gli scienziati infatti, la nozione di abitabilità non è necessariamente ristretta al nostro modello terrestre, ovvero all’esistenza di acqua come solvente o a un pianeta che ruota intorno a una stella: “Per esempio, i laghi di idrocarburi su Titano (satellite di Saturno, ndr) potrebbero ospitare diverse forme di vita. Studi analoghi su ambienti ricchi di idrocarburi sulla Terra infatti indicano chiaramente che questi potrebbero essere abitabili in linea di principio” ,spiegano gli autori : “I pianeti orfani che vagano liberi da una stella centrale potrebbero allo stesso modo ospitare condizioni adatte per alcune forme di vita”. Così, per evitare che la ricerca si focalizzi troppo alla caccia di pianeti earthlike, i ricercatori propongono due diversi indici di abitabilità con cui misurare la propensione di pianeti e satelliti a ospitare forme di vita aliene. Il primo, basato sulle similitudini con il nostro pianeta, si chiama Earth Similarity Index (ESI), mentre il secondo, quello pensato per descrivere condizioni chimico fisiche meno vicine alle nostre ma potenzialmente adatte a extraterresti, è il Planetary Habitability Index (PHI). In questo modo, allargando l’orizzonte, forse la possibilità di incontrare qualche alieno potrebbe essere meno remota.

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